Newsletter del 27/02/2021 Archivio Newsletter
ORGANI ISTITUZIONALI
Il calcolo del quorum per approvare o modificare lo statuto comunale - Consiglio di Stato Parere 1° febbraio 2021, n. 129 -
Il parere del Consiglio di Stato sollevato dal Ministero dell'interno ha posto due questioni interpretative: a) se il sindaco debba essere computato nella determinazione del numero di voti necessario per l'approvazione dello statuto e delle modifiche statutarie; b) quale sia il criterio di arrotondamento che si debba applicare nel caso in cui, nel calcolo del quorum richiesto, la divisione dia come resto un numero con frazioni decimali (se "il criterio dell'arrotondamento per eccesso anche in caso di cifra decimale inferiore o pari a 5, sia da intendersi quale criterio prevalente, nel caso in cui il quorum sia prescritto per la validità della deliberazione"). Con il parere in commento i giudici della prima sezione del Consiglio di Stato hanno affrontato le due importanti questioni inerenti al criterio di approvazione dello statuto comunale. In merito al primo tema, gli stessi giudici hanno stabilito: ai sensi dell'art. 6, comma 4, t.u. n. 267 del 2000, che richiede per l'approvazione dello statuto e per le modifiche statutarie in prima seduta il voto favorevole dei due terzi dei consiglieri assegnati, ai fini del quorum deve computarsi anche il Sindaco, in quanto non espressamente escluso dalla disposizione normativa. Riguardo al secondo caso, i giudici di Palazzo Spada ritengono che, in sede di approvazione e modifiche dello Statuto comunale, la maggioranza richiesta per la deliberazione è definita dalla norma indicando una frazione (un terzo, due terzi, etc.) del numero complessivo dei componenti (che è variabile in funzione della classe demografica di appartenenza dell'ente locale). Qualora il risultato della divisione del numero dei componenti l'organo collegiale (o dei consiglieri assegnati) dia un resto in decimali, ai fini del calcolo dell'arrotondamento, nel caso in cui la maggioranza richiesta per la deliberazione sia definita dalla norma indicando una frazione del numero complessivo dei componenti e il risultato della divisione del numero dei componenti l'organo collegiale dia un resto in decimali, in assenza di indicazioni normative espresse di segno diverso si deve procedere all'arrotondamento per eccesso alla cifra intera superiore.
SERVIZI
Mala gestio, responsabilità degli amministratori nelle società in house - Corte di Cassazione, ord. 614/2021 -
La questione al vaglio della Corte riguarda la condanna del presidente del cda della Multiservizi, in house del comune, al pagamento del risarcimento di danno erariale per una spesa effettuata maggiore rispetto a quella autorizzata dall'ente. Le sezioni unite della Corte di cassazione si sono soffermate nell'ordinanza sulla questione del danno da mala gestio e della connessa responsabilità degli amministratori delle società in house. In tema di società di capitali partecipate da enti pubblici, spiegano in particolare i giudici della Suprema Corte, sussiste l'orientamento ormai consolidato della giurisprudenza di legittimità, secondo cui, ove dalle disposizioni statutarie vigenti all'epoca cui risale la condotta ritenuta illecita emerga la sussistenza di tutti i requisiti necessari per la qualificazione della partecipata come società in house províding, la cognizione in ordine all'azione di responsabilità promossa nei confronti degli organi di amministrazione e di controllo per i danni cagionati al patrimonio della società spetta alla Corte dei conti. Tale principio rappresenta un'eccezione rispetto alla regola secondo cui la mera assunzione della qualità di socio da parte dello Stato o di un ente pubblico non costituisce una ragione sufficiente ai fini della devoluzione dell'azione di responsabilità alla giurisdizione contabile. Al di fuori delle ipotesi della società in house e delle società c.d. legali (quelle, cioè, attraverso le quali l'ente pubblico svolge un'attività amministrativa in forma privatistica), il danno subìto dalla società a causa della mala gestio degli amministratori o dei componenti dell'organo di controllo non è qualificabile come danno erariale, inteso come pregiudizio arrecato direttamente allo Stato o all'ente pubblico che rivesta la qualità di socio, dal momento che la distinta soggettività giuridica riconosciuta alle società di capitali e l'autonomia patrimoniale di cui le stesse sono dotate rispetto ai loro soci escludono, da un lato, la possibilità di riferire al patrimonio di questi ultimi il danno che l'illecito comportamento degli organi sociali abbia eventualmente arrecato al patrimonio della società, dall'altro, la configurabilità di un rapporto di servizio tra l'agente e l'ente titolare della partecipazione.
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