Newsletter del 24/05/2019 Archivio Newsletter
FINANZA LOCALE
Sposati e conviventi uguali ai fini IMU: a pagare in caso di separazione è solo l'utilizzatore dell'immobile - Corte di Cassazione n 11416 del 2019 -
Oggetto della sentenza è la richiesta di rimborso dell'IMU versata dal comproprietario dell'immobile, per assenza del requisito soggettivo. L'immobile infatti acquistato in comproprietà con la convivente e destinato ad abitazione familiare, era stato assegnato in seguito allo scioglimento del loro rapporto all'ex convivente e alla figlia minore. Avverso le sentenze di non accoglimento il ricorrente proponeva ricorso in cassazione, basato sul diniego da parte della CTR di applicare all'ex convivente l'art. 4 comma 12, quinquies d.l. n. 16/2012, in analogia a quanto previsto per le famiglie basate sul matrimonio. Infatti alla cessazione della famiglia di fatto, quando vi siano figli minori, la casa può essere assegnata al genitore affidatario degli stessi, con la costituzione del diritto di abitazione in capo allo stesso, come avviene nel caso di scioglimento del matrimonio. La Corte, riconosce fondato il motivo, precisando che il presupposto dell'applicazione dell'IMU è lo stesso dell'ICI, in quanto basato sul possesso degli immobili gravati. La previsione e quindi l'applicazione dell'invocato art. 4 del d.l. 16/2012 sposta l'onere del versamento dell'imposta sull'utilizzatore dell'immobile, liberando dal versamento il coniuge non assegnatario. Pur non esplicitamente rivolti allo scioglimento della convivenza more uxorio, gli interventi normativi e giurisprudenziali sono sempre più orientati ad un'equiparazione tra famiglie tradizionali e conviventi di fatto. La tutela dell'interesse dei minori di continuare ad abitare nella stessa casa abitata prima della separazione è stato oggetto di molte pronunce da parte della Cassazione facendo passare in secondo piano Il legame tra genitori rispetto alla salvaguardia dell'interesse dei minori.
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Liste elettorali: inefficaci le firme dei sottoscrittori e dei candidati, autenticate da un pubblico ufficiale fuori della sua competenza territoriale -Consiglio di Stato Sent. n. 3022 del 9 maggio 2019.
Il fatto oggetto di giudizio riguarda l'esclusione di un partito politico dalla partecipazione alle prossime elezioni amministrative in un comune pugliese. Il motivo dell'esclusione è da ricercarsi nel fatto che le firme di n. 218 sottoscrittori e di n. 8 candidati sono state autenticate da un funzionario del Tribunale di Bari e non da quello tranese territorialmente competente. "Le nullità dell'autenticazione delle firme dei predetti 8 candidati e la conseguente ricusazione delle candidature medesime, pur non determinando la riduzione del numero dei candidati al di sotto di quelli previsti per legge, pari a 16" comportavano "il mancato raggiungimento della quota minima di genere femminile e, pertanto, l'esclusione della lista". Il Tar Puglia, interpellato, accoglieva invece il ricorso del partito politico, sulla base del "rilievo che l'attestazione apposta alla sottoscrizione della lista elettorale extra limina non determini l'inefficacia della sottoscrizione a norma dell'art. 2701 c.c., ma solo la loro irregolarità ad effetto non invalidante..". Il Consiglio di Stato con la sentenza in commento ribalta l'interpretazione del TAR Puglia. Il funzionario giudiziario del tribunale di Bari secondo quanto rilevato dal Consiglio di Stato, esercitava i propri poteri fuori del proprio ambito di competenza territoriale in quanto il comune presso cui si presentava il partito è ricompreso nel circondario del Tribunale di Trani. Pertanto l'atto pubblico formato da ufficiale giudiziario incompetente risulta inefficace con la conseguente esclusione del partito dalla competizione elettorale.
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