Newsletter del 01/09/2020 Archivio Newsletter
SERVIZI
Non è esclusa la sottoscrizione della lista elettorale da parte degli stessi candidati - Consiglio di Stato sez. III, Sent. n. 06790/2020 -
Oggetto di valutazione da parte del Consiglio di Stato riguarda la ricusazione di una lista elettorale nella quale 7 sottoscrittori su un totale di 26 risultano candidati nella medesima lista. Secondo il competente TAR la sottoscrizione si deve ritenere invalida, a causa del mancato rispetto del limite minimo di sottoscrizioni fissato per effetto della legge n. 59/2020, che le avrebbe ridotte a 20 per il 2020. Il ricorrente contesta innanzitutto la circostanza che nulla è prescritto rispetto alle dimensioni dell'ente, che nel caso specifico è inferiore ai mille abitanti; dato che rende molto difficoltosa la formazione di una lista con i parametri indicati. Secondo il CdS sulla scorta di un canone interpretativo di tipo testuale le disposizioni statali che regolano le elezioni dei Consigli comunali non enunciano il principio di alterità tra i sottoscrittori della lista elettorale ed i candidati della stessa. Pur essendo chiaro il principio garantista espresso dalle disposizioni, per le quali è necessario che vi sia diversità soggettiva tra sottoscrittori della lista e candidati della medesima, i candidati, qualora siano anche elettori del Comune nel quale si svolge la competizione elettorale, ben possono concorrere, con la sottoscrizione della dichiarazione di presentazione della lista, a costituire quella base minima di rappresentatività che la disciplina di settore sostanzialmente pretende nel prescrivere un numero minimo di sottoscrizioni ad opera di elettori. L'interpretazione volta a precludere la sottoscrizione al candidato, anche quando elettore, comporta il rischio di paralizzare o limitare fortemente la formazione delle liste elettorali in casi un corpo elettorale molto ristretto.
SERVIZI DEMOGRAFICI
Illegittimo il rifiuto di iscrizione anagrafica al richiedente asilo - Corte Cost. sent. n.186 del 31 luglio 2020 -
La Suprema Corte è adita in merito a ricorso di un richiedente asilo, avente lo scopo di ottenere l'invalidità del rifiuto opposto dal Comune alla sua iscrizione presso anagrafe della popolazione residente, sostenendo il carattere discriminatorio di tale rifiuto. Secondo il ricorrente tale diniego violerebbe il principio di parità di trattamento, tra cittadini italiani e stranieri e tra stranieri regolarmente soggiornanti nel territorio, normativamente prescritto. L'impossibilità di iscrizione anagrafica è spesso dovuta ai tempi di valutazione delle richieste di asilo che rimangono aperte per un periodo più lungo del previsto, ma questo peggiorerebbe la situazione in termini di sicurezza del territorio, rendendo limitata la capacità di controllo dei richiedenti stessi, che non possono essere raggiunti agevolmente in quanto privi iscrizione, sottraendoli altresì alla diretta conoscibilità da parte dei comuni della loro permanenza sul territorio. Ugualmente meritevoli di accoglimento sono le censure prospettate per l'irragionevole disparità di trattamento che la norma censurata determina tra stranieri richiedenti asilo e altre categorie di stranieri legalmente soggiornanti nel territorio statale, oltre che con i cittadini italiani. Se infatti la registrazione anagrafica è semplicemente la conseguenza del fatto oggettivo della legittima dimora abituale in un determinato luogo, la circostanza che si tratti di un cittadino o di uno straniero, o di uno straniero richiedente asilo, comunque regolarmente insediato, non può presentare alcun rilievo ai suoi fini. Ne deriva quindi l'illegittimità costituzionale dell'intero art. 13 del d.l. n. 113 del 2018, anche nella parte in cui , attribuisce al permesso di soggiorno titolo di documento di riconoscimento in luogo della carta d'identità.
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